Intervista ad Eva Sauerbruck

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Last update: 24-Giu-2007

Eva Sauerbruck

Eva Sauerbruck è svedese ed è nata nel 1911.

Nell'intervista rilasciata, in mia presenza, il 17 aprile 2007 a Manuela Rosenthal dice di aver conosciuto Freud e ne parla come di un amico di famiglia. Si ricorda anche di Adler e di Jung. La vita di Eva è un pezzo di storia, costellata di avvenimenti importanti.

Ma al di là della sua conoscenza di Freud, motivo per cui ho voluto incontrarla, è lei stessa meritevole di essere ricordata per la sua autenticità, umana e forte.

Sono contenta di averla conosciuta e grata perciò a Manuela Rosenthal, che è stata tramite nel nostro incontro, che ha lasciato tracce feconde dentro di me.

Mimma Pasqua

 

INTERVISTA A EVA SAUERBRUCK

Un incontro e una conoscenza alla Permanente durante il Carnevale Ambrosiano.
“Cosa fai nella vita?” “Sto preparando una mostra dedicata a Freud nel 150° anniversario della nascita”. Moto di sorpresa nella persona che ascolta e poi rivelazione da parte della stessa: “Conosco una signora di 97 anni di nome Eva. E’ svedese e ha conosciuto Freud”. E’ così che vengo a conoscenza dell’esistenza di Eva. La incontrerò qualche giorno dopo al 2° piano del Pio Albergo Trivulzio, dove è ricoverata per la rottura di una gamba. La figurina seduta sulla sedia a rotelle, che Manuela (è lei che me l’ha fatta conoscere) spinge verso di me, è minuta e ingobbita, quasi raccolta in se stessa.
E’ coperta da una mantellina di lana azzurra e azzurra è anche la cuffietta che ha in testa, come i suoi occhi. “Devi alzare la voce – mi dice Manuela – ci sente poco”. Le spiego il motivo della visita, ma capisco che è meglio se a fare le domande è Manuela stessa. La sua memoria arriva a sprazzi. “Sì – dice – Freud era un amico di famiglia. Era un uomo affascinante con un carattere che sapeva entrare in sintonia con le persone, ma era troppo avanti rispetto al suo tempo, per questo aveva tanti nemici.” Siamo in corridoio. Le infermiere passano con il carrello dei medicinali. Un gruppo di medici si è fermato vicino a noi e parla animatamente. Tutto questo interferisce con la conversazione e a volte dobbiamo fermarci. La facciamo parlare a ruota libera. Fa fatica e incespica nelle parole perché le mancano i denti. Capisco che un incontro non è sufficiente, che dovrò vederla ancora e cercare di parlarle.
La seconda volta è un giorno festivo. E’ sempre seduta sulla sedia a rotelle davanti alla porta della sua camera. Fra dieci giorni sarà dimessa, ma si lamenta ancora di forti dolori alla gamba. Poi mi chiede come le sta la cuffietta di lana. Noto che tiene al suo aspetto, non vuole sembrare trasandata. “Non faccio schifo, vero?” era stata la domanda e mi ero meravigliata un po’ di quella frase. Guardo il suo profilo forte e volitivo. Deve avere avuto un bel carattere per resistere così a lungo alle tempeste della vita. E’ sempre vestita di celeste. Si vede che è il suo colore preferito. Quando mi ha visto mi ha chiesto: “Chi sei?”. Non ricordava più di avermi incontrato. Mi ha chiesto di spostarla nel corridoio attiguo, perché non vuole che le altre ricoverate sentano cosa dice; a tratti ha dei momenti persecutori e si guarda intorno spaventata.
Il nostro discorso ritorna su Freud. Questa volta parla di Vienna. Dice di non averla amata e che gli austriaci non le piacciono. Mi racconta che suo padre era un importante medico pneumologo, che è stato medico di Hitler. Ad una mia domanda risponde che lei non ne condivideva affatto le idee sul razzismo. Poi passa a raccontare di Jung. “Anche lui – dice – aveva una personalità forte e magnetica”. Lei aveva scelto di essere sua allieva, perché la dottrina junghiana le era più confacente.
Manuela mi ha rivelato che Eva non vede i figli, un maschio e una femmina, da tantissimi anni. Eva parla di un nipote ed il discorso diventa generalizzato. Quel che la preoccupa è la superficialità dei giovani, la loro mancanza di ideali. Capisco che la sua vita non è solo fatta di ricordi. Nel presente ci sono ancora affetti; c’è “la mia Manu” e c’è Alessandro. Quando ne parla le brillano gli occhi. E’ ancora capace di illuminarsi di gioia e di tenerezza. Cerco di riportare il discorso su Freud. Parla di progresso e del bene e del male insiti nel concetto di progresso e come anche la psicoanalisi vi abbia avuto la sua parte. Lei è stata psichiatra. So che ha esercitato anche a Londra. A tratti la mente le torna ad un processo di cui è stata testimone. Imputato un medico accusato della morte di un paziente per una diagnosi errata. Si ricorda di un italiano, medico anche lui, che ha tradotto per lei, gli atti del processo. I ricordi sono nebulosi ed è inutile chiederle ulteriori spiegazioni. E’ stanca e mi chiede di riaccompagnarla. La lascio davanti alla porta della sua camera. Le ho portato una tavoletta di cioccolato fondente e una copia del pieghevole della mostra dedicata a Freud. Si vede che è a disagio in ospedale. Non è la sua casa ed ha paura. La paura indistinta che accomuna i vecchi ai bambini. Le prometto che tornerò a trovarla.
So che nel frattempo Eva è tornata a casa. Che Manuela e gli amici le hanno fatto la sorpresa di farle trovare la casa pulita e messa a posto, col frigo nuovo. E c’è anche una badante a prendersi cura di lei.
Penso qualche volta a questo incontro con Eva. Non che abbia saputo molte cose su Freud. Anzi. Ma credo che dal punto di vista umano mi ha lasciato dentro qualcosa di importante e che per ciò non è stato inutile. Tornerò a trovarla.

Mimma Pasqua
Maggio 2007

 

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