
Eva Sauerbruck è svedese ed è nata nel
1911.
Nell'intervista rilasciata, in mia presenza, il 17 aprile 2007 a Manuela
Rosenthal dice di aver conosciuto Freud e ne parla come di un amico di
famiglia. Si ricorda anche di Adler e di Jung. La vita di Eva è
un pezzo di storia, costellata di avvenimenti importanti.
Ma al di là della sua conoscenza di Freud, motivo per cui ho voluto
incontrarla, è lei stessa meritevole di essere ricordata per la
sua autenticità, umana e forte.
Sono contenta di averla conosciuta e grata perciò a Manuela Rosenthal,
che è stata tramite nel nostro incontro, che ha lasciato tracce
feconde dentro di me.
Mimma Pasqua
INTERVISTA A EVA SAUERBRUCK
Un incontro e una conoscenza alla Permanente durante il Carnevale Ambrosiano.
“Cosa fai nella vita?” “Sto preparando una mostra dedicata
a Freud nel 150° anniversario della nascita”. Moto di sorpresa
nella persona che ascolta e poi rivelazione da parte della stessa: “Conosco
una signora di 97 anni di nome Eva. E’ svedese e ha conosciuto Freud”.
E’ così che vengo a conoscenza dell’esistenza di Eva.
La incontrerò qualche giorno dopo al 2° piano del Pio Albergo
Trivulzio, dove è ricoverata per la rottura di una gamba. La figurina
seduta sulla sedia a rotelle, che Manuela (è lei che me l’ha
fatta conoscere) spinge verso di me, è minuta e ingobbita, quasi
raccolta in se stessa.
E’ coperta da una mantellina di lana azzurra e azzurra è
anche la cuffietta che ha in testa, come i suoi occhi. “Devi alzare
la voce – mi dice Manuela – ci sente poco”. Le spiego
il motivo della visita, ma capisco che è meglio se a fare le domande
è Manuela stessa. La sua memoria arriva a sprazzi. “Sì
– dice – Freud era un amico di famiglia. Era un uomo affascinante
con un carattere che sapeva entrare in sintonia con le persone, ma era
troppo avanti rispetto al suo tempo, per questo aveva tanti nemici.”
Siamo in corridoio. Le infermiere passano con il carrello dei medicinali.
Un gruppo di medici si è fermato vicino a noi e parla animatamente.
Tutto questo interferisce con la conversazione e a volte dobbiamo fermarci.
La facciamo parlare a ruota libera. Fa fatica e incespica nelle parole
perché le mancano i denti. Capisco che un incontro non è
sufficiente, che dovrò vederla ancora e cercare di parlarle.
La seconda volta è un giorno festivo. E’ sempre seduta sulla
sedia a rotelle davanti alla porta della sua camera. Fra dieci giorni
sarà dimessa, ma si lamenta ancora di forti dolori alla gamba.
Poi mi chiede come le sta la cuffietta di lana. Noto che tiene al suo
aspetto, non vuole sembrare trasandata. “Non faccio schifo, vero?”
era stata la domanda e mi ero meravigliata un po’ di quella frase.
Guardo il suo profilo forte e volitivo. Deve avere avuto un bel carattere
per resistere così a lungo alle tempeste della vita. E’ sempre
vestita di celeste. Si vede che è il suo colore preferito. Quando
mi ha visto mi ha chiesto: “Chi sei?”. Non ricordava più
di avermi incontrato. Mi ha chiesto di spostarla nel corridoio attiguo,
perché non vuole che le altre ricoverate sentano cosa dice; a tratti
ha dei momenti persecutori e si guarda intorno spaventata.
Il nostro discorso ritorna su Freud. Questa volta parla di Vienna. Dice
di non averla amata e che gli austriaci non le piacciono. Mi racconta
che suo padre era un importante medico pneumologo, che è stato
medico di Hitler. Ad una mia domanda risponde che lei non ne condivideva
affatto le idee sul razzismo. Poi passa a raccontare di Jung. “Anche
lui – dice – aveva una personalità forte e magnetica”.
Lei aveva scelto di essere sua allieva, perché la dottrina junghiana
le era più confacente.
Manuela mi ha rivelato che Eva non vede i figli, un maschio e una femmina,
da tantissimi anni. Eva parla di un nipote ed il discorso diventa generalizzato.
Quel che la preoccupa è la superficialità dei giovani, la
loro mancanza di ideali. Capisco che la sua vita non è solo fatta
di ricordi. Nel presente ci sono ancora affetti; c’è “la
mia Manu” e c’è Alessandro. Quando ne parla le brillano
gli occhi. E’ ancora capace di illuminarsi di gioia e di tenerezza.
Cerco di riportare il discorso su Freud. Parla di progresso e del bene
e del male insiti nel concetto di progresso e come anche la psicoanalisi
vi abbia avuto la sua parte. Lei è stata psichiatra. So che ha
esercitato anche a Londra. A tratti la mente le torna ad un processo di
cui è stata testimone. Imputato un medico accusato della morte
di un paziente per una diagnosi errata. Si ricorda di un italiano, medico
anche lui, che ha tradotto per lei, gli atti del processo. I ricordi sono
nebulosi ed è inutile chiederle ulteriori spiegazioni. E’
stanca e mi chiede di riaccompagnarla. La lascio davanti alla porta della
sua camera. Le ho portato una tavoletta di cioccolato fondente e una copia
del pieghevole della mostra dedicata a Freud. Si vede che è a disagio
in ospedale. Non è la sua casa ed ha paura. La paura indistinta
che accomuna i vecchi ai bambini. Le prometto che tornerò a trovarla.
So che nel frattempo Eva è tornata a casa. Che Manuela e gli amici
le hanno fatto la sorpresa di farle trovare la casa pulita e messa a posto,
col frigo nuovo. E c’è anche una badante a prendersi cura
di lei.
Penso qualche volta a questo incontro con Eva. Non che abbia saputo molte
cose su Freud. Anzi. Ma credo che dal punto di vista umano mi ha lasciato
dentro qualcosa di importante e che per ciò non è stato
inutile. Tornerò a trovarla.
Mimma Pasqua
Maggio 2007
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