NOTE
CRITICHE SULLA MOSTRA
Ogni artista elabora, spesso inconsapevolmente, contenuti che provengono
dall’inconscio alla luce delle sue conoscenze artistiche e della
cultura del suo tempo. Merito della mostra è il tentativo di fornire,
attraverso le suggestioni del tema della psicoanalisi, spunti di riflessioni
sulla spontaneità creativa, così vicina al gioco del bambino,
come sottolinea Paolo Stramba Badiale nella conferenza “Psicoanalisi
e arte”, da essere essa stessa fonte di piacere. 37 artisti hanno
esplorato, in occasione del 150° anniversario della nascita di Freud,
quel profondo che l’inventore della psicoanalisi portò alla
luce ne “L’interpretazione dei sogni” e fece oggetto
della terapia analitica.
Non si può giudicare una mostra, in particolare una collettiva,
se non dopo averla allestita. E’ come un’orchestra in cui
ogni musicista suona il suo strumento e tutti insieme, guidati dal direttore,
generano armonia di suoni. Perciò queste note critiche sono nate
all’impronta, osservando le opere tutte insieme ed è stato
molto coinvolgente assistere al tripudio di emozioni e pensieri che da
esse sono scaturiti.
In alcune la razionalizzazione è intervenuta a depurare ogni scoria
affettiva, lasciando spazio al concetto e all’allusione. In altre
segni primigeni sono affiorati per connotare una identità in pericolo
o il grigio di una fotografia ha attutito le emozioni senza annullarle.
Mentre colori gioiosi squillavano note di contrappunto su uno spartito
a fianco fatto di sgocciolature silenti e di degrado, l’ironia ludica
di una installazione irriverente sembrava prendersi gioco di tenere allusioni
in contenitori mammellari di emozioni. La pesante materialità del
ferro, alleggerita quasi annullata dall’idea giocosa del cerchio,
colloquiava col legno sagomato in forme leggere che prendeva forma e movimento.
Una mostra è, anche nelle sue ridotte dimensioni, un campione dell’arte
d’oggi. In essa si rispecchiano linee di tendenza ed è possibile
afferrare indizi su cosa stia affiorando nel magma di un’arte che
rispecchia la vita nelle sue contraddizioni e nella sua complessità.
Perciò è così difficile, se non impossibile, schematizzarla,
come a volte si è tentati di fare per comodità di lettura,
perché la prospettiva da cui ci poniamo è troppo ravvicinata,
o meglio ancora è dentro, è letteralmente immersa dentro
la realtà, proprio come quella di Monet, mentre dipingeva le sue
ninfee, da determinare quasi una sensazione di capogiro e di perdita di
coscienza da immersione. Ma se così fosse avremmo di noi stessi
e del nostro mondo un’immagine impossibile da definire che determinerebbe
quasi il disorientamento e la paralisi. Forse per questo preferisco parlare
di epifanie interpretative che rendono possibile intuire l’ordine
dell’apparente caos e gioioso il perdersi nel labirinto dell’arte
per scoprirne le infinite vie di uscita. Io mi sono data, comunque, un
criterio: quello della poesia dell’opera. Qualunque sia il suo carattere,
tragico, volutamente repellente, algidamente intellettuale, tecnico ed
altamente manipolato. Al di là di tutto questo, se l’opera
ha quel soffio vitale che mi fa aprire gli occhi di sorpresa, che mi sobbalzare
il cuore, o mi inebria di estetico piacere, quell’opera per me è
poesia. E la ricorderò sempre, anche a distanza di anni, perché
essa mi avrà toccato nel profondo.
Mimma Pasqua
Aprile 2007
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