Note critiche sulla mostra

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Last update: 22-Giu-2007

NOTE CRITICHE SULLA MOSTRA

Ogni artista elabora, spesso inconsapevolmente, contenuti che provengono dall’inconscio alla luce delle sue conoscenze artistiche e della cultura del suo tempo. Merito della mostra è il tentativo di fornire, attraverso le suggestioni del tema della psicoanalisi, spunti di riflessioni sulla spontaneità creativa, così vicina al gioco del bambino, come sottolinea Paolo Stramba Badiale nella conferenza “Psicoanalisi e arte”, da essere essa stessa fonte di piacere. 37 artisti hanno esplorato, in occasione del 150° anniversario della nascita di Freud, quel profondo che l’inventore della psicoanalisi portò alla luce ne “L’interpretazione dei sogni” e fece oggetto della terapia analitica.
Non si può giudicare una mostra, in particolare una collettiva, se non dopo averla allestita. E’ come un’orchestra in cui ogni musicista suona il suo strumento e tutti insieme, guidati dal direttore, generano armonia di suoni. Perciò queste note critiche sono nate all’impronta, osservando le opere tutte insieme ed è stato molto coinvolgente assistere al tripudio di emozioni e pensieri che da esse sono scaturiti.
In alcune la razionalizzazione è intervenuta a depurare ogni scoria affettiva, lasciando spazio al concetto e all’allusione. In altre segni primigeni sono affiorati per connotare una identità in pericolo o il grigio di una fotografia ha attutito le emozioni senza annullarle. Mentre colori gioiosi squillavano note di contrappunto su uno spartito a fianco fatto di sgocciolature silenti e di degrado, l’ironia ludica di una installazione irriverente sembrava prendersi gioco di tenere allusioni in contenitori mammellari di emozioni. La pesante materialità del ferro, alleggerita quasi annullata dall’idea giocosa del cerchio, colloquiava col legno sagomato in forme leggere che prendeva forma e movimento. Una mostra è, anche nelle sue ridotte dimensioni, un campione dell’arte d’oggi. In essa si rispecchiano linee di tendenza ed è possibile afferrare indizi su cosa stia affiorando nel magma di un’arte che rispecchia la vita nelle sue contraddizioni e nella sua complessità. Perciò è così difficile, se non impossibile, schematizzarla, come a volte si è tentati di fare per comodità di lettura, perché la prospettiva da cui ci poniamo è troppo ravvicinata, o meglio ancora è dentro, è letteralmente immersa dentro la realtà, proprio come quella di Monet, mentre dipingeva le sue ninfee, da determinare quasi una sensazione di capogiro e di perdita di coscienza da immersione. Ma se così fosse avremmo di noi stessi e del nostro mondo un’immagine impossibile da definire che determinerebbe quasi il disorientamento e la paralisi. Forse per questo preferisco parlare di epifanie interpretative che rendono possibile intuire l’ordine dell’apparente caos e gioioso il perdersi nel labirinto dell’arte per scoprirne le infinite vie di uscita. Io mi sono data, comunque, un criterio: quello della poesia dell’opera. Qualunque sia il suo carattere, tragico, volutamente repellente, algidamente intellettuale, tecnico ed altamente manipolato. Al di là di tutto questo, se l’opera ha quel soffio vitale che mi fa aprire gli occhi di sorpresa, che mi sobbalzare il cuore, o mi inebria di estetico piacere, quell’opera per me è poesia. E la ricorderò sempre, anche a distanza di anni, perché essa mi avrà toccato nel profondo.

Mimma Pasqua
Aprile 2007


 

 

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