| |
Home |
|
Last
update:
25-Giu-2007
|
|

Paolo Stramba-Badiale
Psicoanalista. Membro didatta ISIPSé (Istituto di Specializzazione
in Psicologia Psicoanalitica del Sé e Psicoanalisi Relazionale).
Segretario scientifico del Centro Milanese ISIPSé.
FREUD E L’ESPERIENZA ARTISTICA: IL MONDO DEL POSSIBILE
L’interesse di Sigmund Freud per l’arte in generale, per
la pittura e la scultura in particolare, e per i processi mentali che
presiedono alla creatività artistica, attraversa la sua opera e
ne fa un pensatore originale oltre che appassionato.
Tuttavia, se leggiamo i testi freudiani, sarebbe improprio parlare di
un pensiero compiuto e sistematico, sebbene la così detta “psicoanalisi
dell’arte” abbia avuto, nel corso del tempo, molta fortuna,
al di là delle intenzioni originarie dello stesso Freud.
L’apporto più interessante che il pensiero freudiano ha saputo
offrire alla comprensione dei fenomeni artistici, non consiste nel collegare
la biografia dell’artista alla sua opera, dato che appare del resto
scontato, ma nella comprensione dei processi mentali specifici del funzionamento
mentale dell’artista.
A questo proposito, il saggio freudiano sul motto di spirito, dal 1905,
è un’opera fondamentale. Freud, utilizzando il linguaggio
metapsicologico e topografico della sua prima teoria della mente, afferma
che il motto di spirito e i giochi di parole sono la risultante di una
momentanea influenza dell’inconscio nei confronti di un’idea
preconscia. Il motto di spirito non è pertanto debitore all’inconscio
del suo contenuto, ma della sua forma, che si costituisce, per mezzo del
processo primario, come condensazione meta-sognante di significati. Il
processo primario, per Freud, non possiede di per sé alcun valore
estetico, ed è proprio questo assunto quasi ovvio ma davvero importante
che giustifica la diffidenza se non l’avversione di Freud verso
movimenti artistici quali l’espressionismo e il surrealismo, ingenuamente
inclini a presentarsi come l’espressione diretta dell’inconscio
che si fa arte.
Il saggio sul motto di spirito fornisce ancora indicazioni preziose. E’
il caso della riflessione sul piacere generato nell’artista dal
giocare con il proprio linguaggio, esperienza che per il bambino piccolo
è funzionale all’apprendimento del linguaggio stesso. Analogamente,
nell’artista, nel poeta ad esempio, il piacere connesso al meccanismo
della rima non è fine a se stesso, ma è finalizzato alla
soddisfazione per un processo creativo capace di trasformare il pensiero
in linguaggio poetico. Gioco, poesia e fantasia sono esperienze soggettive
che consentono il controllo e la maggiore padronanza di meccanismi peculiari
del processo primario, costituendo una forma selettiva dei materiali provenienti
dall’inconscio.
Freud, pertanto, non si limita a cercare nell’opera d’arte
le pulsioni e i ricordi infantili rimossi, ma individua nel necessario
adeguamento alla realtà il mezzo in grado di trasformare il sogno
in un processo creativo ed artistico. L’errore compiuto da espressionisti
e surrealisti è proprio quello di ritenere che un pensiero inconscio
che influisce generando conflitti sull’artista, venga espulso mediante
l’opera d’arte stessa, relegando su uno sfondo opaco o addirittura
obliterando le caratteristiche formali del prodotto artistico.
Del resto Freud, in una lettera del luglio 1938, scritta dopo un incontro
con Dalì, affermò che “…il concetto di arte
resiste al fatto di essere esteso oltre il punto in cui il rapporto quantitativo
tra il materiale inconscio e l’elaborazione preconscia non è
mantenuto entro certi limiti”.
L’opera d’arte non può essere ristretta entro i limiti
angusti della biografia dell’artista e come tale interpretata: essa
in realtà è un prodotto creativo che diventa significativo
solo all’interno del codice caratteristico di quell’istituzione
a cui si dà il nome di “arte”. L’arte ha una
storia, ha gli stili, cose che la percezione e i sogni non hanno.
Per Gombrich, il grande critico d’arte che proprio al pensiero freudiano
sull’arte ha dedicato un interessantissimo saggio, ciò che
più conta in un’opera d’arte “….non è
che il suo creatore, del resto come tutti noi, abbia un inconscio in cui
continua a vivere una simbolizzazione arcaica: e nemmeno che (sempre come
tutti noi) la mente del creatore partecipi delle qualità di Edipo,
di Pigmalione, e magari di Barbablù. Quello che conta è
che egli si sia trovato in una situazione in cui i suoi conflitti privati
hanno acquistato importanza artistica. Senza i fattori sociali (cioè
senza gli atteggiamenti, lo stile, le tendenze del gusto della sua epoca),
le necessità private del creatore non potrebbero trasmutarsi in
arte. In questa trasformazione il significato privato sparisce quasi completamente”.
L’arte se non può essere esclusiva espressione della personalità
dell’artista, è una articolata ricerca di metafore attraverso
le quali dare forma e ordinare elementi diversi. Freud stesso, e lo testimonia
il breve carteggio con A. Breton, mai ha aderito a quella concezione che,
male interpretando il suo pensiero, indicava nel prorompere dell’inconscio
che si fa arte il luogo dell’attività creativa stessa. L’analisi
dei contenuti che il prodotto artistico esprime nasconde un’insidia,
ovvero la pretesa di pervenire sempre e comunque agli elementi ultimi,
“profondi”, della creazione artistica, perdendo di vista il
fatto che anche in arte spesso “il messaggio contiene il messaggio”,
e l’articolarsi del segno artistico è talvolta lì,
presente, come la lettera rubata di E. A. Poe.
Il compito del sapere psicoanalitico, al riparo di atteggiamenti riduzionistici
che rischiano di appesantirne l’accostamento all’opera d’arte,
può essere quello di avvicinare il prodotto spontaneo di chi fa
arte mediante un pensiero fenomenologico il più possibile rispettoso,
insaturo e non appesantito dal facile ricorso all’interpretazione.
Paolo Stramba-Badiale
|